Drive Through

Drive Through

Come affrontare una possibile telefonata dalla scuola in tempo di Covid

L’anno scolastico 2019-2020 si è concluso come mai avremmo immaginato: studentesse e studenti di tutte le età (e relative famiglie) hanno dovuto attrezzarsi con computer, tablet e linee internet per poter seguire da casa le lezioni online.

L’anno scolastico 2020-2021 rivede finalmente i banchi di scuola di nuovo animati da giovani ragazzi che, forse, non vedevano l’ora di tornare e rivedere compagni e insegnanti.

Purtroppo l’emergenza sanitaria non è ancora finita, mentre scrivo queste righe ci sono nazioni, come la Francia e la Spagna, ancora in gravissima difficoltà. Anche noi, in Italia, non abbassiamo la soglia di attenzione e ai primi segnali sospetti, la scuola chiama i genitori affinché vadano a prendere il figlio e lo portino a fare un tampone in uno degli ormai famosi drive through.

Proprio dall’ansia di affrontare questa situazione, nasce l’idea di intervistare gli psicoterapeuti Sara Peruselli e Marco Vassallo, ecco il video della nostra chiacchierata. Sotto al video trovate tutti i riferimenti utili.

Per contattare la Dott.ssa Peruselli e il Dott. Vassallo: www.psicologisistemici.com

Il libro citato nell’intervista dal Dott. Vassallo è: Andrà tutto benino, Davide Toffolo, La tempesta, 2020

Altre risorse online per spiegare ai bambini il Coronavirus sono state raccolte da Mamamò, le trovate sul loro portale.

Competenze informali

Competenze informali

Come sviluppare le competenze informali del bibliotecario

Durante il lockdown, nei pochi momenti tutti per me che sono riuscita a ritagliarmi tra lo smart working, i figli e la casa, ho potuto leggere il libro di Viviana VitariCome sviluppare le competenze informali del bibliotecario“. Si tratta di un’interessante riflessione sulle competenze che ciascuno di noi ha modo di acquisire al di là della formazione scolastica più tradizionale.

Viviana è bravissima a spiegare il contesto internazionale al quale dovremmo prestare attenzione per mettere in evidenza le nostre competenze informali, le 81 pagine del libro sono ricche di indicazioni davvero stimolanti.

Vorrei riportare qui sul blog l‘intervista che ho fatto all’autrice nella quale le ho chiesto alcune cose che mi sono venute in mente dopo aver letto il suo libro.

Domanda: L’apprendimento informale come “cura del sé” mi ha molto colpita, in primo luogo perché è sempre per noi stessi che dobbiamo imparare qualcosa e in secondo luogo perché è grazie all’apprendimento continuo che possiamo evolvere come professionisti, ma anche come persone. In che modo la cura di se stessi può trovare applicazione nello sviluppo delle competenze di un bibliotecario?

Risposta: Non abbiamo forse cura dei nostri bambini? In genere pensiamo che dedicare loro tempo, ascolto e fatica li possa attrezzare per il futuro. O meglio ancora, li possa aiutare a costruire una felicità che sarà anche la nostra. Lo stesso vale per noi stessi. C’è sempre un bambino che gioca dentro di noi. E’ una parte sommersa che va curata e fatta evolvere. Vale anche per la nostra soddisfazione professionale. Nella piramide dei bisogni di Maslow il lavoro fa parte soprattutto dei livelli di stima e di autorealizzazione. La cura di sé investe profondamente la vita interiore, tant’è che l’immagine esterna che ostentiamo non è mai sufficiente a placare il nostro desiderio di star bene. Da sempre. Pensiamo a Marco Aurelio che aveva lavorato sui propri ricordi, facendo dialogare il sé con la cultura del suo tempo.

La cura di sé coinvolge tutte le nostre dimensioni, da quelle esistenziali a quelle emotive, da quelle private a quelle pubbliche. Il bibliotecario non ne è esente, come non lo è alcun altro lavoro.

Domanda: Nel tuo libro hai citato Saymour Papert, matematico, pedagogista e soprattutto grande codirettore al MIT, dove ebbe modo di sviluppare LOGO, un programma per insegnare ai ragazzi i rudimenti del pensiero computazionale. Papert diceva che i bambini sono dei grandi costruttori, agli adulti il compito di fornirgli gli adeguati mattoni. Questa citazione, che tu riporti nel libro, mi ha fatto venire in mente anche un’altra grande pedagogista: Maria Montessori, la quale diceva che il compito dell’adulto è quello di osservare cosa fa il bambino e offrirgli ciò di cui ha più bisogno, qui e ora, lasciando poi al bambino tutta la fase di esplorazione ed uso di quelle risorse. Possiamo dire che, in età adulta, la cura di sé avviene anche attraverso un’auto-osservazione delle proprie competenze? Quali sono i mattoni che un bibliotecario può cercare di avere a disposizione e quali può offrire alla propria utenza?

Risposta: Quando ho scoperto LibreLogo e solo in anni recenti, mi ci sono così divertita da lanciarmi nella geometria della tartaruga. Sono passata dalle casette alle astronavi. Un gioco di apprendimento e allenamento mentale che ci permette di vedere lo spazio secondo un’altra prospettiva, quella sintonico. Lo spazio fisico, così come quello virtuale, sono luoghi di esperienza. Più ricco di stimoli e qualificato è lo spazio, più ci rende vitali. Quando impariamo, nonostante la fatiche, possiamo anche “giocare”. Il gioco è un fenomeno universale, ne parlavano Platone e Aristotele. La Montessori ci ricorda come il gioco e i suoi spazi debbano essere pensati su misura, ben organizzati. Libertà non significa spontaneismo. Lo stesso vale per gli spazi che il bibliotecario dedica alla sua formazione. I mattoni, ciascuno li cerca per sé, purché questo avvenga secondo un principio organizzativo, che non mette per ultime né la continuità dei contenuti né la situazione che vive.

Domanda: Da quello che scrivi nel libro si capisce che ami molto la letteratura e i viaggi: come queste due passioni hanno arricchito il tuo bagaglio professionale? Credi che altri colleghi, che hanno passioni differenti, come per esempio la cucina, il cinema, i motori o altro, possano trovare altrettante competenze informali da applicare al nostro lavoro?

Risposta: Non ci sono hobby e passioni di serie A o di serie B. Ciascuno di noi sviluppa percorsi originali dentro un panorama culturale che è un grande, coloratissimo puzzle. Sono usciti romanzi splendidi dove la cucina è regina. Il cinema continua a trarre le sue sceneggiature da tanta letteratura. Salgari, il padre di Sandokan, la Malesia non l’ha mai vista. Mi piace rileggere le passioni di ciascuno alla luce di una singolare ricchezza interiore. Le passioni possono essere un dispositivo di cura, costruttrici di valori. Possono essere un motore per accrescere conoscenze, costruire competenze che poi condividiamo con gli altri. Il nostro lavoro ci privilegia sotto questo punto di vista.

Domanda: Quanto è importante, per un bibliotecario, misurarsi con colleghi che abbiano maggiori competenze? Dove è possibile confrontarsi, anche in un panorama internazionale, se si lavora in una realtà monoperatore oppure se non si trovano adeguati stimoli professionali nel proprio ambiente?

Risposta: Nel momento in cui ci isoliamo nel nostro sapere siamo tutti disabili. Ci manca qualcosa, in particolare la visione del tutto e l’umiltà del sapere, che sono in continua evoluzione. La cultura è una conversazione sociale continua, richiede un’enorme fatica ed è sempre una sconfitta a sé stessa.

E’ la grande sfida di tutti i diritti della persona, dell’umanità. E’ un appello ai doveri verso l’ambiente e una ecosostenibilità reale, non solo usata come slogan. In una biblioteca monoposto i diritti e i doveri non cambiano solo perché si lavora in una realtà demograficamente piccola. Anzi, la virtualità e Internet rendono tutto vicino, così vicino da non escludere nessuno.

Domanda: Chiudiamo parlando di libri. Quali sono il romanzo e il saggio che ricordi con maggiore piacere, pensando alle competenze informali che hai sviluppato grazie alla lettura?

Risposta: Penso al primo libro che ricordo di aver letto per mio conto, Alice nel Paese delle meraviglie. I miei genitori me lo regalarono a 7 anni per consolarmi dalla febbre. La protagonista e io eravamo coetanee. Lo lessi tutto in una notte, con la testa sotto il cuscino e una pila strategica per non farmi scoprire. In quell’ “ipertesto” sono entrata nel contesto straniante e pluridi­mensionale del coniglio bianco. In una notte ho immagazzinato tantissimo, con un lento rilascio negli anni. Nelle competenze informali sdoganate dalla lettura, non è una questione di quanto si legga, ma di qualità, non di quanto un libro sia lungo, ma di quanto quel libro, nella sua vitalità, risponda ai nostri bisogni interiori. E in questo, scrittore e lettore diventano amici per sempre, anche se sono vissuti altrove o oltre i confini del tempo.

Utopia del software libero. Recensione

Utopia del software libero. Recensione

copertina
Utopia del software libero. Dal Bricolage informatico alla reinvenzione del software libero, Sèbatien Broca, a cura di Giorgio Griziotti, Mimesis, 2018

Recensire questo libro è una grande sfida: il tema è complesso e variegato e, tra le tante suggestioni, quella che a me ha colpito di più e che forse verrà fuori in queste righe è l’analisi della libera circolazione delle informazioni. Read more

Libri che divorano i lettori

Libri che divorano i lettori

poltrona-blu-marina-a-righe-in-cotone-per-bambini-pirate-1000-14-30-123604_1Erano mesi che aspettavo di leggere un libro della biblioteca dal curioso titolo “I libri che divorarono mio padre“, non sapevo nulla nè della trama nè dell’autore, ma da lettrice appassionata quale sono, non ho resistito a questa inversione di soggetto: non un lettore che divora libri, bensì libri che divorano un lettore!

Finalmente ieri è arrivato, dopo essere stato per mesi nelle case di altri lettori della biblioteca e forse chissà, aver divorato qualcuno!

Con me è successo di certo: ho iniziato a leggerlo ieri sera, 5 ore di sonno e poi di nuovo  lettura mattutina, dovevo finirlo, o meglio… Lui doveva finire me!

Protagonista e narratore è Elias Bonfin, un ragazzo di dodici anni, orfano di padre che, per il suo dodicesimo compleanno riceve dalla nonna un regalo molto speciale: l’accesso alla soffitta, o meglio alla biblioteca del padre e la rivelazione che Vivaldo Bonfin non è morto per infarto, come Elias ha finora creduto, bensì è stato divorato da un libro!

Cari lettori appassionati guardate qui e andate in brodo di giuggiole come è capitato a me:

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Questi sono alcuni degli autori custoditi nella biblioteca Bonfin!

Seguendo le avventure di Elias passerete da un libro all’altro (quindi chissà se seguirete davvero le avventure di Elias oppure se saranno le vostre…):

“Dove vuoi arrivare con questa storia?”

“Anche io posso, nonostante il tuo divieto, disobbedirti e salire le scale della soffitta verso la mia libertà. E non scendere mai più”

“Non ti permettere! E poi una cosa è vivere passando da un libro all’altro, ma come potresti vivere in una vecchia soffitta?”

“Semplice, passerei di libro in libro”.

Mia madre scrollò le spalle con un sospiro e se ne andò.

“I libri, uno accanto all’altro sullo scaffale sono universi paralleli” gridai verso il salone, ma non ottenni risposta.

In questo viaggio sono passata attraverso le pagine e i personaggi dei libri più belli che abbia mai letto, scoprendo alcune chicche sulle quali non mi ero mai soffermata perché, come dice Raskolnikov (eh sì, c’è anche lui!) ogni volta il lettore fa un’esperienza nuova, diversa, perché quando leggiamo un romanzo siamo come ciechi che devono descrivere un elefante: se tocchiamo solo la proboscide lo descriveremo come un seprente, se tocchiamo solo la zampa ci sembrerà una grossa colonna, se tocchiamo l’orecchio sembrerà un grosso ventaglio…

E poi nel libro si trovano anche citazioni di filosofi cinesi, poeti e pittori di cui conosco meno nel dettaglio le opere e le teorie ma che ormai sono diventati nuovi luoghi e derive verso cui andare.

Ma ora si è fatto tardi, il portale del mio universo parallelo mi aspetta, ho giusto un Cardellino che ha da dirmi qualcosa, chissà che non ci si veda tra un passaggio e un altro in questi meravigliosi universi!

 

afa091_16004d8540364c7a8e0e9d6fb508dfbb~mv2_d_2089_3165_s_2Titolo: I libri che divorarono mio padre

Autore: Alfonso Cruz

Editore: Lo Editions | Old Kids

Anno: 2017

Pagine: 119

Nota del tutto personale: caratteri grandi, grafica molto curata, carta utilizzata bellissima!

Tutti a scuola! Parola d’ordine: sicurezza

Tutti a scuola! Parola d’ordine: sicurezza

La scuola è ricominciata da meno di una settimana e io, da mamma di uno studente delle elementari, sono già sull’orlo di una crisi di nervi. Lo so, lo so: sono in buona compagnia, ho visto i post che girano sui social e tutti i like e i commenti di solidarietà! Se non altro, ma non c’è di che consolarsi, credo che anche le maestre (e i maestri, che sebbene rari, esistono) siano vicini a uno stato di isteria perché mi pare che abbiano anche loro fonti di stress che arrivano da tutte le parti.

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Ma andiamo con ordine.

Comunicazioni dalla prima riunione di classe a cui non ho partecipato perché, ahimé non posso prendere ore di permesso e quindi ringrazio di cuore la mamma rappresentante di classe che, in modo imparziale e impeccabile, svolge un compito assai difficile!

“Si ricorda che è vietato tornare a scuola dopo l’orario di chiusura e nemmeno si possono far rientrare i ragazzi in classe, anche se si accorgono di aver dimenticato qualcosa e sono ancora nel cortile”, “durante l’intervallo alcuni giochi, come nascondino, non sono più fattibili“, si ricorda che “non si devono portare i bambini alle riunioni”, “si raccomanda di consegnare tutti i moduli presenti sul sito della scuola”…

La questione “moduli” è fantastica, vale la pena spenderci due righe. Inannzitutto nella catgoria dei quasi esauriti ci metterei anche il personale delle segreterie perché chi ha figli a scuola si è già scontrato con la modulistica vaccini: lunghe code in segreteria, nonni confusi perché dovevano solo consegnare e invece si ritrovano a dover fare da portavoce per qualcosa che non va, fotocopie dei libretti da allegare alle autocertificazioni, insomma niente di nuovo. Mi immagino però gli impiegati nel momento in cui dovranno verificare con l’ASL se, effettivamente, ciò che abbiamo dichiarato corrisponde al vero. Perché lo faranno, giusto? E comunque mi viene in mente un piccolo e potente strumento chiamato Carta dei Servizi che ha un microchip dove, in teoria, c’è scritta tutta la nostra storia clinica e magari era più comodo certificare con quella i vaccini dei nostri giovani ragazzi… Mah, questo è un mistero che lascerò tale perché sto divagando.

Altro modulo, altra meraviglia: l’entrata e l’uscita a scuola. Ho dovuto certificare che mio figlio arriva a scuola da solo ed è autorizzato a uscire da solo (ovviamente non è così, ma metti che un giorno va a prenderlo il nonno a cui magari non ho fatto delega… non sia mai!) la cosa bella è l’allegato al modulo, in cui dichiaro di aver personalmente verificato la sicurezza del tragitto casa-scuola.

Che cosa posso verificare? Che i vasi dei balconi sulla via siano ben ancorati ai balconi? Che automobilisti indisciplinati non passino di lì? Che non ci siano buchi neri che fagocitano i bambini?

Ultima categoria di stressati: i ragazzi ovviamente! Ve li immaginate per tutte le ore di scuola, fermi al loro banco e attenti alle lezioni, non vedono l’ora che arrivi l’intervallo ma… Non possono correre, non possono creare palline con la carta, non possono fare le scale, non possono andare in bagno se sono già usciti dall’edificio, non possono giocare a nascondino, veramente eh! Non mi sto inventando niente! Io mi sfogherei almeno con un bel panino alla Nutella ma… Non possono perché devono mangiare frutta, ahhhhhh!!!!

E poi una sera succede questo: cazzeggio su Instagram e mi appare la pubblicità di uno smartwatch pensato per essere il “suo primo telefonino”. Può contenere fino a 12 numeri in rubrica e il genitore, attraverso il GPS, può sempre localizzare il proprio cucciolo, per la sua sicurezza ovvio! Come se io, che lavoro a 30 km da casa, mi accorgo che magari sta percorrendo una via che non ho verificato personalmente, mi fiondo al parcheggio, brucio i semafori, suono a tutti in tangenziale, arrivo da lui e… lo salvo!

Allora ho pensato alle dichiarazioni della Ministra Fedeli, ossia al fatto che per lei lo smartphone in classe è uno strumento utile e che è vetusta l’idea secondo cui può essere fonte di distrazione o segno di poco rispetto nei confronti dell’insegnante. Personalmente sono anche d’accordo ma prima non ci sarebbe qualcosa da rivedere? Vogliamo che questi ragazzi siano immersi nella più totale sicurezza e facciamo in modo non che imparino da soli ad attraversare una strada o a percorre una via, che si sbuccino un ginocchio o che possano gestire la propria pipì secondo necessità, no… Perché a quello ci pensano i divieti che qualche adulto sfortunato deve far rispettare. Noi per fare le ossa a questi ragazzi li mandiamo in rete con gli smartphone, ciascuno il proprio, così almeno imparano anche le differenze sociali tra chi ha un iPhoneX e chi un vecchio Nokia di seconda mano del papà.

Preferivo di gran lunga quando andavo a scuola io e il bidello mi faceva piangere perché tagliava il becco troppo lungo di una delle galline che teneva nel cortile della scuola e quando, se la mamma era in ritardo, ero autorizzata a parlare con i genitori delle mie compagne di classe e aspettavo lì con loro.

Ma la consolazione è che mancano soltanto 9 mesi alla fine di questo incubo, poi torneranno le vacanze e il sole, il mare, le corse e le sbucciature sulle ginocchia! E io tornerò a dimenticarmi che esistono scadenze, libri da ordinare per tempo, moduli da consegnare, pagelle da scaricare…