Competenze informali

Competenze informali

Come sviluppare le competenze informali del bibliotecario

Durante il lockdown, nei pochi momenti tutti per me che sono riuscita a ritagliarmi tra lo smart working, i figli e la casa, ho potuto leggere il libro di Viviana VitariCome sviluppare le competenze informali del bibliotecario“. Si tratta di un’interessante riflessione sulle competenze che ciascuno di noi ha modo di acquisire al di là della formazione scolastica più tradizionale.

Viviana è bravissima a spiegare il contesto internazionale al quale dovremmo prestare attenzione per mettere in evidenza le nostre competenze informali, le 81 pagine del libro sono ricche di indicazioni davvero stimolanti.

Vorrei riportare qui sul blog l‘intervista che ho fatto all’autrice nella quale le ho chiesto alcune cose che mi sono venute in mente dopo aver letto il suo libro.

Domanda: L’apprendimento informale come “cura del sé” mi ha molto colpita, in primo luogo perché è sempre per noi stessi che dobbiamo imparare qualcosa e in secondo luogo perché è grazie all’apprendimento continuo che possiamo evolvere come professionisti, ma anche come persone. In che modo la cura di se stessi può trovare applicazione nello sviluppo delle competenze di un bibliotecario?

Risposta: Non abbiamo forse cura dei nostri bambini? In genere pensiamo che dedicare loro tempo, ascolto e fatica li possa attrezzare per il futuro. O meglio ancora, li possa aiutare a costruire una felicità che sarà anche la nostra. Lo stesso vale per noi stessi. C’è sempre un bambino che gioca dentro di noi. E’ una parte sommersa che va curata e fatta evolvere. Vale anche per la nostra soddisfazione professionale. Nella piramide dei bisogni di Maslow il lavoro fa parte soprattutto dei livelli di stima e di autorealizzazione. La cura di sé investe profondamente la vita interiore, tant’è che l’immagine esterna che ostentiamo non è mai sufficiente a placare il nostro desiderio di star bene. Da sempre. Pensiamo a Marco Aurelio che aveva lavorato sui propri ricordi, facendo dialogare il sé con la cultura del suo tempo.

La cura di sé coinvolge tutte le nostre dimensioni, da quelle esistenziali a quelle emotive, da quelle private a quelle pubbliche. Il bibliotecario non ne è esente, come non lo è alcun altro lavoro.

Domanda: Nel tuo libro hai citato Saymour Papert, matematico, pedagogista e soprattutto grande codirettore al MIT, dove ebbe modo di sviluppare LOGO, un programma per insegnare ai ragazzi i rudimenti del pensiero computazionale. Papert diceva che i bambini sono dei grandi costruttori, agli adulti il compito di fornirgli gli adeguati mattoni. Questa citazione, che tu riporti nel libro, mi ha fatto venire in mente anche un’altra grande pedagogista: Maria Montessori, la quale diceva che il compito dell’adulto è quello di osservare cosa fa il bambino e offrirgli ciò di cui ha più bisogno, qui e ora, lasciando poi al bambino tutta la fase di esplorazione ed uso di quelle risorse. Possiamo dire che, in età adulta, la cura di sé avviene anche attraverso un’auto-osservazione delle proprie competenze? Quali sono i mattoni che un bibliotecario può cercare di avere a disposizione e quali può offrire alla propria utenza?

Risposta: Quando ho scoperto LibreLogo e solo in anni recenti, mi ci sono così divertita da lanciarmi nella geometria della tartaruga. Sono passata dalle casette alle astronavi. Un gioco di apprendimento e allenamento mentale che ci permette di vedere lo spazio secondo un’altra prospettiva, quella sintonico. Lo spazio fisico, così come quello virtuale, sono luoghi di esperienza. Più ricco di stimoli e qualificato è lo spazio, più ci rende vitali. Quando impariamo, nonostante la fatiche, possiamo anche “giocare”. Il gioco è un fenomeno universale, ne parlavano Platone e Aristotele. La Montessori ci ricorda come il gioco e i suoi spazi debbano essere pensati su misura, ben organizzati. Libertà non significa spontaneismo. Lo stesso vale per gli spazi che il bibliotecario dedica alla sua formazione. I mattoni, ciascuno li cerca per sé, purché questo avvenga secondo un principio organizzativo, che non mette per ultime né la continuità dei contenuti né la situazione che vive.

Domanda: Da quello che scrivi nel libro si capisce che ami molto la letteratura e i viaggi: come queste due passioni hanno arricchito il tuo bagaglio professionale? Credi che altri colleghi, che hanno passioni differenti, come per esempio la cucina, il cinema, i motori o altro, possano trovare altrettante competenze informali da applicare al nostro lavoro?

Risposta: Non ci sono hobby e passioni di serie A o di serie B. Ciascuno di noi sviluppa percorsi originali dentro un panorama culturale che è un grande, coloratissimo puzzle. Sono usciti romanzi splendidi dove la cucina è regina. Il cinema continua a trarre le sue sceneggiature da tanta letteratura. Salgari, il padre di Sandokan, la Malesia non l’ha mai vista. Mi piace rileggere le passioni di ciascuno alla luce di una singolare ricchezza interiore. Le passioni possono essere un dispositivo di cura, costruttrici di valori. Possono essere un motore per accrescere conoscenze, costruire competenze che poi condividiamo con gli altri. Il nostro lavoro ci privilegia sotto questo punto di vista.

Domanda: Quanto è importante, per un bibliotecario, misurarsi con colleghi che abbiano maggiori competenze? Dove è possibile confrontarsi, anche in un panorama internazionale, se si lavora in una realtà monoperatore oppure se non si trovano adeguati stimoli professionali nel proprio ambiente?

Risposta: Nel momento in cui ci isoliamo nel nostro sapere siamo tutti disabili. Ci manca qualcosa, in particolare la visione del tutto e l’umiltà del sapere, che sono in continua evoluzione. La cultura è una conversazione sociale continua, richiede un’enorme fatica ed è sempre una sconfitta a sé stessa.

E’ la grande sfida di tutti i diritti della persona, dell’umanità. E’ un appello ai doveri verso l’ambiente e una ecosostenibilità reale, non solo usata come slogan. In una biblioteca monoposto i diritti e i doveri non cambiano solo perché si lavora in una realtà demograficamente piccola. Anzi, la virtualità e Internet rendono tutto vicino, così vicino da non escludere nessuno.

Domanda: Chiudiamo parlando di libri. Quali sono il romanzo e il saggio che ricordi con maggiore piacere, pensando alle competenze informali che hai sviluppato grazie alla lettura?

Risposta: Penso al primo libro che ricordo di aver letto per mio conto, Alice nel Paese delle meraviglie. I miei genitori me lo regalarono a 7 anni per consolarmi dalla febbre. La protagonista e io eravamo coetanee. Lo lessi tutto in una notte, con la testa sotto il cuscino e una pila strategica per non farmi scoprire. In quell’ “ipertesto” sono entrata nel contesto straniante e pluridi­mensionale del coniglio bianco. In una notte ho immagazzinato tantissimo, con un lento rilascio negli anni. Nelle competenze informali sdoganate dalla lettura, non è una questione di quanto si legga, ma di qualità, non di quanto un libro sia lungo, ma di quanto quel libro, nella sua vitalità, risponda ai nostri bisogni interiori. E in questo, scrittore e lettore diventano amici per sempre, anche se sono vissuti altrove o oltre i confini del tempo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...